Seguire il vento per trovare una terra
Una delle immagini che ha più rappresentato la malattia mentale è la “nave dei folli”. Qualche secolo fa capitava spesso che le persone con disturbo mentale venissero caricate su barche e affidate ai marinai, verso una navigazione senza approdo. Il folle diventava prigioniero dell'acqua e del passaggio, di una soglia che non si chiudeva mai: lo si teneva a distanza dalla città facendolo viaggiare all'infinito o scaricandolo su terre di nessuno.
Ieri su una barca sono saliti alcuni dei coordinatori e responsabili di Borea, cioè chi di salute mentale si occupa ogni giorno. Mentre ci passavamo il timone, con il vento da seguire e le vele da lascare, la metafora della nave dei folli si è tradotta in una domanda precisa: dove vogliamo traghettare, oggi, la salute mentale? E come possiamo provare a farlo?
Il viaggio, l’acqua, la rotta, hanno a che fare con il percorso di ogni vita. Ad un certo punto, però, occorre anche trovare una terra.
In un tempo storico di grande frammentazione e isolamento sociale, in cui la malattia mentale continua a crescere, non è forse arrivato il tempo di immaginare terre in cui questa sofferenza possa abitare, essere accolta e affrontata, attraverso competenze professionali ma anche comunità capaci di generare legami e opportunità?
Vale a dire: vogliamo provare finalmente a guardare la malattia mentale non solo con gli occhi di una ragione univoca, che riduce l’oggetto/soggetto a ciò che di esso sa (molto poco) e lo esclude? Non riusciamo proprio ad allargare lo sguardo per vedere altro, per immaginare altro? Forse il problema è che la “s-ragione” ci fa ancora troppa paura proprio perché pensiamo sia l’opposto della “ragione”.
Fare team building in barca a vela aiuta a comprendere che la direzione della nave la si può scegliere. Per farlo occorre, però, compiere allo stesso tempo una serie di gesti coordinati: riabilitativi e pedagogici, ma anche sociali e culturali.
Forse il lavoro – insieme di ricerca e di azione – che si può fare è proprio questo: chiedere indietro ai marinai di oggi il timone della nave dei folli e provare, finalmente, a cercarle un porto.